mercoledì 30 gennaio 2013

La vicenda di Asia Bibi



Asia Noreen Bibì, contadina pakistana, cristiana, è stata condannata a morte per impiccagione con l'accusa di blasfemia.
La vicenda risale al 2009, quando ad Asia Bibi nello svolgimento del suo lavoro venne chiesto di andare a prendere dell'acqua. Le donne musulmane glielo impedirono perché, essendo cristiana non avrebbe dovuto toccare il recipiente per l’acqua. Le stesse donne l' hanno accusata di aver offeso Maometto nel corso della discussione che ne seguì. La sua lettera dal carcere dove è tutt'ora reclusa:
 <<Scrivo da una cella senza finestre.
Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buo­na volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamen­to della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata con­dannata a morte mediante impiccagione per blasfemia contro il profe­ta Maometto.
Dio sa che è una sentenza ingiusta e che il mio unico de­­litto, in questo mio grande Paese che amo tanto, è di essere cattolica. Non so se queste parole usciranno da questa prigione. Se il Signore miseri­cordioso vuole che ciò avvenga, chiedo (...) di pregare per me e intercedere presso il presidente del mio bellissi­mo Paese affinché io possa recuperare la libertà e tornare dalla mia fa­miglia che mi manca tanto. Sono sposata con un uomo buono che si chiama Ashiq Masih. Abbia­mo cinque figli, benedizione del cielo: un maschio, Imran, e quattro ra­gazze, Nasima, Isha, Sidra e la piccola Isham.
Voglio soltanto tornare da loro, vedere il loro sorriso e riportare la serenità. Stanno soffrendo a cau­sa mia, perché sanno che sono in prigione senza giustizia. E temono per la mia vita. Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho rin­graziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. «Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui».
Due uomini giusti sono stati assassinati per aver chiesto per me giusti­zia e libertà. Il loro destino mi tormenta il cuore. Salman Taseer, gover­natore della mia regione, il Punjab, venne assassinato il 4 gennaio 2011 da un membro della sua scorta, semplicemente perché aveva chiesto al governo che fossi rilasciata e perché si era opposto alla legge sulla bla­sfemia in vigore in Pakistan. Due mesi dopo un ministro del governo na­zionale, Shahbaz Bhatti, cristiano come me, fu ucciso per lo stesso mo­tivo. Circondarono la sua auto e gli spararono con ferocia.
Mi chiedo quante altre persone debbano morire a causa della giustizia. Prego in ogni momento perché Dio misericordioso illumini il giudizio delle nostre autorità e le leggi ristabiliscano l’antica armonia che ha sempre regnato fra persone di differenti religioni nel mio grande Pae­se. Gesù, nostro Signore e Salvatore, ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere. Ho provato u­na grande emozione quando ho saputo che il Santo Padre Benedetto XVI era intervenuto a mio favore. Dio mi permetta di vivere abbastan­za per andare in pellegrinaggio fino a Roma e, se possibile, ringraziarlo personalmente.
Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento. Vivo con il ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi per­metta di tornare da loro. Amico o amica a cui scrivo, non so se questa lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare dai miei familiari. Se leggi questa lettera, è perché Dio lo avrà reso possibile. Lui, che è buono e giusto, ti colmi con la sua Grazia.>>

Frangar, non flectar

venerdì 21 dicembre 2012

Crisi dell'Euro



Attualmente l’Euro è la moneta adottata da 17 dei 27 stati membri dell’Unione Europea, che equivale a oltre trecento milioni di abitanti. L’Euro ha iniziato la sua circolazione il 1 gennaio 2002 ed è amministrato dalla Banca centrale europea (Bce).

Oggi la moneta unica è oggetto di accese critiche da parte degli eruoscettici.
Il parlamentare europeo, Nigel Farage, britannico, nel corso di un intervento si pronunciò in tal modo: <Sospetto che l’Euro sia entrato nella sua fase terminale, le vostre politiche (UE) hanno flagellato la vita di decine di milioni di persone. Grecia, Spagna, Portogallo non stanno bene in questa unione economica e monetaria e hanno bisogno di aiuto per liberarsi da questa prigione economica prima che si verifichi una vera e propria catastrofe>. 

Mario monti nel corso di una trasmissione televisiva invece afferma: <Secondo me, stiamo assistendo, e non è un paradosso, al grande successo dell’Euro. E la manifestazione più concreta è la Grecia>.  L’ex commissario europeo Monti è anche colui che sostiene <I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario> e prosegue <abbiamo bisogno delle crisi per fare passi avanti>.
Il presidente della Bce, Mario Draghi, afferma <L’Euro è irreversibile, e la Bce è pronta a fare tutto il necessario per salvare la moneta unica>.
Il politologo ed economista Edward Luttwak sul tema sostiene: <La crisi dell’Euro è il terzo appuntamento con la follia dopo il 1914 e il 1939>.

Il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, in un intervista, interviene sull’argomento della crisi dell’Euro: <Ci sono vantaggi e svantaggi ad avere un grande mercato come l’Europa. Ma se non lo si può riformare, io non credo che non sia poi così male tornare alle vostre vecchie monete. Le unioni monetarie spesso durano soltanto un breve periodo di tempo. Ci proviamo, e o funziona o non funziona. L’idea che sarebbe la fine del mondo è sbagliata. Sarebbe un periodo molto difficile, ma la fine dell’euro non sarebbe la fine del mondo.>

Sic transit gloria mundi?

venerdì 12 ottobre 2012

Laogai: i Gulag cinesi




Il Laogai – abbreviazione di laodong gaizao, in cinese “riforma attraverso il lavoro” – è una forma di reclusione e conseguente lavoro forzato a cui sono sottoposti coloro che vi sono detenuti. Nel 2008 in Cina risultavano 1422 Laogai. Il termine è stato reso noto in Occidente grazie alle denunce di Harry Wu, recluso 19 anni in uno di questi Gulag moderni. Le autorità cinesi ufficialmente definiscono lo scopo del Laogai come quello di punire i criminali e tenerli sotto sorveglianza e utilizzarli nel lavoro. 

All’interno di questi campi le condizioni di vita sono in realtà disumane: fino a 18 ore al giorno di lavoro forzato, denutrizione con la fame come costante compagna, sistematica tortura (percosse, scosse elettriche, sospensioni degli arti superiori, incatenamento in posizioni dolorose, privazione del sonno), appello alla delazione tra prigionieri, periodiche sedute di “critica” e “autocritica”  durante le quali i detenuti si accusano a vicenda e auto-accusano di comportamenti criminali. Secondo Wu dal 1949 ad oggi si possono contare nei Laogai almeno 50 milioni di detenuti e che il numero attuale sia intorno agli 8 milioni. Inutile dire dell’alto livello di mortalità. 20 milioni i decessi secondo Il libro nero del comunismo tra 1949 e il 1989. 
Molta la mobilitazione internazionale rivolta a denunciare tale sistema; inchieste, denunce e appelli sono stati promossi dal parlamento italiano, dal congresso USA, dal parlamento europeo, dal Bundenstag tedesco, dal governo australiano. Un altro elemento critico è l’accusa al governo cinese di utilizzare i prigionieri come donatori involontari di organi.
La peculiarità dei Laogai, soprattutto rispetto ai precedenti modelli sovietici e nazisti, è il sistematico lavaggio del cervello a cui sono sottoposti i detenuti, attuato mediante l’indottrinamento politico quotidiano sulle verità infallibili del comunismo e mediante l’autocritica (perfino in guerra sarebbe una violazione della Convenzione di Ginevra). Obiettivo è diventare una “nuova persona socialista” e mostrare la propria lealtà al Partito, spesso denunciando i propri amici e parenti, i quali a loro volta sono costretti ad accusare e condannare il detenuto.

Lu Decheng, uno dei tre giovani che lanciarono gusci d’uova pieni di vernice sul ritratto di Mao Zedong in Piazza Tien An Men il 23 maggio 1989, detenuto 9 anni in un Laogai, disse: <Ho passato 9 anni in un Laogai. Era in realtà una fabbrica che produceva autoveicoli. Eravamo costretti a lavorare 15-16 ore al giorno. Dopo il lavoro dovevamo seguire sessioni di studio, di indottrinamento forzato, che dovevano trasformarci in persone fiduciose nel socialismo.> Harry Wu spiega: <Quando si entra nel campo, la prima cosa è confessare il proprio crimine. Bisogna dire ”sono un criminale, sono colpevole, voglio accettare la riforma del pensiero, voglio cambiare me stesso, voglio essere fedele al presidente Mao”>.

Uno degli scopi del Laogai dunque è fornire un’enorme forza lavoro a costo zero (e in continua crescita), aspetto di fondamentale importanza per aggredire mercati stranieri. Oggi nei Laogai è prodotti di tutto: computer, giocattoli, prodotti tessili e agricoli, componenti elettronici, autobus etc. Produzione che ora non è più solo per il mercato interno ma soprattutto per l’esportazione. Il Partito Comunista Cinese rappresenta quindi il miglior partner commerciale per qualsiasi impresa nazionale o multinazionale, cinese o straniera se l’unico scopo sia massimizzare il profitto. Il costo del lavoro cinese è il 5% del costo del lavoro nell’UE. L’Italia è il paese più colpito dalla concorrenza di prodotti cinesi. Il Ministero della Giustizia Cinese nel 2003 ha emanato leggi volte ad aumentare le contribuzioni finanziarie e gli investimenti nei Laogai. La competitività cinese ha dunque un fondamento non limpido.


La storia di Harry Wu


Harry Wu è nato a Shangai nel 1937. Era il 1960 quando studente di geologia all’università di Pechino, fu arrestato in quanto cattolico e considerato “controrivoluzionario di destra”. Pur non essendo mai formalmente incriminato e sottoposto a processo, Wu fu detenuto in 12 diversi Laogai dal 1960 al 1979. Rilasciato nel 1979 a seguito della liberalizzazione che seguì la morte di Mao Zedong, nel 1985 riuscì ad emigrare negli Stati Uniti dove ha svolto la professione di docente di geologia all’università della California e ha fondato la Laogai Research Foundation nel 1992. Divenne cittadino americano nel 1994.
Nel 1995 fu arrestato mentre tentava di rientrare in Cina, trattenuto 66 giorni e sottoposto a rapido processo fu condannato a 15 anni di prigione e subito espulso. Wu attribuisce il suo rilascio alla campagna di sensibilizzazione che ebbe luogo a livello internazionale.
Nel marzo del 2006 Wu aveva in programma la presentazione a Roma del suo libro Laogai. I Gulag di Mao Zedong. Tale presentazione non si è potuta svolgere a causa dell’intervento di alcuni appartenenti ai centri sociali, che armati di mazze, spranghe e bastoni, hanno bloccato l’ingresso nella libreria. Le persone che volevano assistervi e lo stesso Wu sono stati aggrediti. La notizia è stata confermata da fonti del Ministero degli Interni.
Nonostante le difficoltà a cui è stato sottoposto anche da uomo libero, Harry Wu prosegue nella sua campagna di informazione nei confronti dell’opinione pubblica.

Rebus sic stantibus



domenica 29 aprile 2012

La teoria geopolitica di Mackinder e l’odierna politica estera dell’Occidente



Halford John Mackinder (1861-1947) è ritenuto il fondatore della geopolitica che classicamente oppone il potere talassocratico (il potere marittimo) a quello terrestre. E’ stato professore di Geografia ad Oxford e successivamente direttore della London School of Economics.

Il suo pensiero partiva dal presupposto che il mondo anglo-sassone è proiettato sul mare ed esercita un potere talassocratico pressoché assoluto, l’unica concorrente può essere solo una grande potenza continentale, la Russia. L’impero russo nel suo disegno geopolitico costituisce il cuore del mondo, l’Heartland, descritto da Mackinder come il territorio delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall'Artico e a sud dalle cime più occidentali dell'Himalaya. Dal punto di vista fisico-politico l’Heartland è protetto da difese naturali, delle quali Napoleone e Hitler ne fecero le spese durante le loro campagne belliche. Come si è visto anche nelle guerre moderne un conto è distruggere le difese nemiche attraverso la tecnologia militare un conto invece  è occupare immense aree geografiche.
Obiettivo quindi di Mackinder è impedire l’espansionismo dell’Heartland verso gli oceani e i mari, controllando i paesi che confinano intorno a tale fascia, Europa dell’Est e paesi asiatici (Iraq, Iran, Afghanistan) in primis.
Al congresso di Versailles disse: <Chi controlla il blocco Euro-asiatico domina il mondo>. Ricordiamo che ancora ad oggi la Russia ha immense risorse energetiche nel Caspio e soprattutto petrolifere in Siberia.
Il pensiero di Mackinder al termine della II Guerra Mondiale porta allo sviluppo dell’idea dell'"arginazione" della sempre più pericolosa Unione Sovietica.

Forti sono le connessioni con i tempi di oggi.  Lo stesso Kissinger nel libro “Diplomacy” riprende le teorie di Mackinder per spiegare il ruolo della Russia e degli Stati Uniti nello scacchiere politico.
Secondo alcuni studiosi, dunque perfino la Guerra di Corea e del Viet Nam pur se con  un reale presupposto anti-comunista, sono l’applicazione della morsa intorno all’Heartland. Così come a sud-ovest dell’Heartland, la guerra tra Irak e Iran in cui è fondamentale l’appoggio degli USA agli iracheni.  La stessa guerra fredda, evidenzierebbe la creazione di un pericolo comune che porti a compattare l’Europa sino ad una unificazione secondo i progetti Nato-CE sotto l’egida degli Stati Uniti. Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti balzano vicinissimi alla cintura meridionale dell’Heartland  impiantando proprie basi militari in Afghanistan.   
In questo scenario geopolitico interessante sarà il ruolo che rivestirà la Cina, la Russia di Putin , l’azione-reazione delle masse islamiche, di Israele, il modus operandi degli Stati Uniti e della Nato.
La partita è in gioco…

Quis custodiet ipsos custodes?

venerdì 9 settembre 2011

11 settembre: dieci anni dopo

L'11 settembre 2001 è una data importante nella storia recente. Quella mattina di dieci anni fa a New York due aerei si schiantano sulle twin towers provocando la morte di circa 2700 persone, centinaia dei quali vigili del fuoco e poliziotti. Un terzo aereo colpisce il Pentagono un quarto si schianta nelle campagne della Pennsylvania.

Le immagini del più spettacolare atto di terrorismo fanno presto il giro del mondo. Sono passate da poco le 15 in Italia.

Il presidente USA George W. Bush tra le rovine delle torri gemelle dichiara guerra al terrorismo. Ad Al-Qaeda a Bin Laden.

Come può essere accaduto che la superpotenza sia stata colpita all'interno dei propri confini (mai successo nella storia del paese) presa quasi in contropiede? Colpita addirittura in uno dei posti più sorvegliati d'America, dove c'è il cervello militare a stelle e strisce, il Pentagono!

Le teorie del complotto abbondano.
Cia, Fbi e amministrazione Bush sembrano non avere dubbi nel fornire identità ben precise dei presunti attentatori. E nello spiegare il collasso strautturale delle torri, venute giù clamorasamente a seguito dell'impatto con gli aerei.
A distanza di anni emergono negligenze quanto meno a livello procedurale. E' noto che il World Trade Center era una "no fly zone", che volare entro le dodici miglia dalle torri, al di fuori quindi del sentiero assegnato, faceva scattare la procedura che ordinava di allontanarsi, ento le cinque si veniva minacciati di essere abbattuti, fino ad essere abbattuti veramente entro le tre miglia. L'aggravante: non una volta, bensì due volte chi doveva vigilare e applicare tali procedure è stato colto di sorpresa.

Concludiamo con quest'ultima considerazione che alimenta il sospetto, l'idea di un "avallo", o qualcosa di simile.
John O'Neill, un agente dell'Fbi - incaricato di seguire le indagini sul primo attentato alle torri gemelle del 1993, sugli attentati alla base americana in Arabia Saudita e all'ambasciata USA in Kenia e Tanzania e alla nave da guerra"Uss Cole" - due settimane prima dell'11 settembre si dimette. Il 1 settembre, colui che grazie alle sue indagini fa emergere la rete terroristica di Al-Qaeda, diventa direttore della sicurezza delle torri gemelle. Prima però aveva accusato la presidenza Bush di essere il maggiore ostacolo alle indagini sul terrorismo di matrice islamica e di non adottare misure di prevenzione.  I suoi dossier, la sua celebre intervista sull'argomento rilasciata ad una emittente televisiva francese rimarranno inascoltati, anche perché John O'Neill muore nel suo ufficio al trentaquattresimo piano di una delle torri gemelle l'11 settembre 2001.

Silent enim leges inter arma

giovedì 21 luglio 2011

Darfur: il genocidio dimenticato

 
Il Darfur si estende per 493.180 km quadrati all'interno dello stato del Sudan. La popolazione è stimata intorno ai 6 milioni di abitanti in prevalenza contadini e allevatori. Dal 2003 nel paese è in corso un feroce conflitto. Da una parte tribu sedentarie nere, dall'altra nomadi di origine araba. In particolare il governo centrale del Sudan a forte caratterizzazione islamica appoggia i Janjawid (letteralmente "demoni a cavallo") autori di efferati crimini nei confronti della popolazione inerme. Ad oggi le cifre parlano di oltre 2 milioni di persone evacuate, una stima dei morti che oscilla tra le 200.000 e le 400.000 vittime, 3.200 villaggi distrutti. A fronte di ciò l'ONU ha emanato 9 risoluzioni per affrontare il problema, ma gli eccidi sono ancora in corso e la popolazione continua a scappare.
Ad oggi la situazione nel Darfur è una delle meno note a livello internazionale soprattuto se paragonata alla moltitudine di persone coinvolte. A tal proposito uno studio condotto da Medici senza frontiere e Osservatorio di Pavia ha fatto emergere che nel 2005 i media italiani hanno riservato al conflitto una sola ora di informazione.

Tabula rasa

domenica 8 maggio 2011

Chi era Osama bin Laden ?

Osama bin Laden, per esteso Osama bin Muhammad bin Awad bin Laden, nasce nella capitale saudita Ryadh il 10 marzo 1957. Nato da Muhammad bin Awad bin Laden originario dello Yemen e dalla siriana Hamida al-Attas, sua decima moglie, Osama bin Laden è stato il diciassettesimo di cinquantadue fratelli e fratellastri. La famiglia di Bin Laden è attiva nel settore delle costruzioni e in stretti rapporti con la famiglia reale saudita e, cosa meno nota, con la famiglia Bush. E' ormai acclarato che i Bush come indicano più fonti, hanno fatto lucrosi affari, a partir dagli anni '60, e fino a pochissimi anni prima dell'11 settembre 2001 con i Bin Laden i quali unitamente ad altre famiglie saudite hanno invesito nella compagnia petrolifera dei Bush.
Del resto i Bin laden erano di casa nel Texas dei Bush, dove, negli anni '70 avevano perfino costituito la compagnia aerea "Bin Laden Aviation".
Il giovane Osama cresce ovviamente, come tutti i suoi coetani, nell'apprendimento dei precetti islamici. In particolare alla corrente wahhabita, che predica un ritorno all'islam delle origini e soprattutto è avverso a qualsiasi innovazione. Osama si laurea in economia e successivamente in ingegneria all'università di Gedda proprio al fine di inserirsi nell'azienda paterna.
E' il 1979 quando Osama è impegnato nella guerra in Afghnistan contro le truppe sovietiche che hanno invaso il paese. Di lì a poco fonderà il MAK (Maktab al-Khidamat) movimento attraverso il quale farà affluire in Afghnistan ingenti quantitativi di denaro, armi e guerriglieri. Fonti del governo USA smentiscono di aver finanziato il movimento in funzione anti-sovietica.
Nel 1988 lascia il movimento MAK e fonda al-Qaida (letteralmente "la base"). A seguito dell'appoggio Saudita agli Stati Uniti nella gueraa del 1991 contro l'Irak, Osama impianterà la base dell'organizzazione in Sudan, rompendo con il suo paese di origine. Nel 1996 farà ritorno in Afghanistan abbracciando al causa dei talebani, nel frattempo saliti al potere.

L'11 settembre
Il resto è ampiamente divulgato dalla stampa internazionale.
A bin Laden è attribuita la responsabilità del catastrofico attentato al World Trade Center di New York, avvenuto l'11 settembre 2001. La rivendicazione dell'attentato avviene, ben tre anni dopo, nell'ottobre 2004 attraverso un video trasmesso da Al-Jazeera. Ma sin da subito è additato come la mente dell'attentato da Bush e dal governo USA. Il giornalista Giulietto Chiesa sulla rivista "LiMes" commenta: <L'individuazione di bin Laden come unico responsabile è però troppo mutuata da James Bond per essere credibile. Penso che anche l'amministrazione americana, sia consapevole di ciò, come dimostra il discorso di Bush, che parla di una guerra globale, di lunga lena. Se fosse solo un uomo non occorrerebbe tanto>.
Secondo Andrei Kosyakov, vicediretore nel periodo 1991-1993 della commissione russa per il controllo delle attività russe di spionaggio, bin Laden potrebbe avere avuto anche un ruolo nell'attentato, ma soltanto marginale in quanto, sostiene Kosykov bin Laden <non è un ideologo, è troppo visibile. Quelli che organizzano tutto questo sono troppo astuti per mettersi così in vista>. La testimonianza di Kosyakov alimenta i dubbi sul fatto che bin Laden, il ricercato n.1, avrebbe dalle sue caverne dell'Afghanistan coordinato un'immensa rete organizzativa, attraverso telefoni satellitari e internet, mezzi questi gestiti e controllati con facilità dagli americani.
Se bin Laden attraverso al-Qaeda fosse stato capace di attentare al cuore di una super potenza mondiale, come mai nelle regioni del Caucaso e del Medio Oriente non è riuscito ad imporre la legge coranica?

La morte
Il 2 maggio 2011 ad Abbotabad in Pakistan, le forze speciali dei Navy Seal localizzano Osama bin Laden e nel conflitto a fuoco che ne scaturisce durato quaranta minuti il "principe del terrore" viene ucciso. Questa è la versione che le emittenti televisive si affrettano a divulgare al mondo intero. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama conferma l'accaduto, ribadendo che l'identità dei militari delle forze speciali che hanno partecipato al blitz rimarrano segrete. Ma questo era ovvio, è il mestiere di chi compie missioni ad alto rischio e di chi lavora nell'ombra. Come è risaputo che questi uomini, l'elite delle forze speciali USA, compiono degli "interventi chirurgici" nelle loro missioni, il cui obiettivo è il nemico vivo, per interrogarlo. Le obiezioni di esperti militari alludono al fatto che se si fosse voluto bin Laden morto, un bombardamento a tappeto di alcune zone o bombe di precisione avrebbero già assolto al compito. Perchè allora un commando per ucciderlo, quasi verrebe da dire "maldestramente" ? Un'ipotesi è il colpo mediatico che il presidente Obama, in scadenza di mandato il prossimo anno, potrebbe utlizzare per tentare la rielezione; l'aver eliminato per sempre la minaccia all'America.
Altri dubbi riguardano la sparizione del corpo in mare, definito da esperti musulmani come rito non islamico. E' probabile che Pakistan e Arabia Saudita abbiano rifiutato di prendersi cura del corpo, sia per non avere il dubbio se trattare bin Laden come un martire, sia per evitare che la sua tomba divenisse luogo di pellegrinaggio. Ma questo tentativo di cancellazione totale potrebbe sortire l'effetto contario, in fondo bin Laden era un'immagine, un volto mitizzato già in vita e potrebbe continare ad esserlo anche in morte.

Inter multiplices...una vox